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Valeria Cipolli, in arte Velimna

Valeria Cipolli, in arte Velimna è un’artista toscana, “Etrusca della Costa”, come ama definirsi.

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Nata a Livorno nel 1984, ha scelto il nome d’arte “Velimna” in omaggio alle sue radici etrusche. Disegna e dipinge da sempre: dai ritratti a carboncino è passata a colori puri e vivaci, spesso dominati dall’azzurro.

Le sue opere surreali raccontano il femminino attraverso le “Fanusie”, donne bianche immerse in mondi onirici, accompagnate dai “Truscoli”, piccoli esseri dal fascino orientale. L’attenzione è rivolta agli sguardi e alla loro capacità di comunicare emozioni. Nei suoi dipinti ricorrono elementi simbolici: bicchieri, tazze, strumenti musicali e colli che diventano il fulcro della narrazione, formati da oggetti, fiori o altri elementi evocativi.

Il suo stile, ironico e introspettivo, trasfigura la realtà in chiave surrealista, tra suggestioni musicali e poetiche.

La fusione tra pittura e scrittura è una costante nel suo percorso artistico. Tra gli altri ha pubblicato il libro di poesie “Ti stappo gli occhi” , “La bambina con l’ombelico di perla”, con “Abrapalabra” è stata candidata al Premio Strega Poesia 2024, e il suo ultimo lavoro, “I colori parlano tutte le lingue?”,   esplora ulteriormente il legame tra parola e immagine.

Maria Teresa Majoli, febbraio 2025

Nicoletta Calvo

Nicoletta Calvo (Milano, 1980) vive e lavora in provincia di Sassari. Dopo gli studi classici, ha approfondito la sua formazione umanistica frequentando la facoltà di Conservazione dei Beni Culturali a Perugia e di Mediazione Linguistica a Cagliari, sviluppando un approccio alla comunicazione visiva ricco di riferimenti culturali e simbolici.

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La sua pittura è immediatamente riconoscibile: figure nitide e stilizzate, tracciate da linee marcate che richiamano il linguaggio del fumetto, esplodono in campiture di colore intenso e vibrante. Nicoletta Calvo predilige toni accesi – giallo, arancio, rosso, viola – distribuiti in aree perfettamente definite da contorni neri, senza gradazioni né sfumature.
Il risultato è un impatto visivo forte, dinamico, quasi optical: le forme appaiono in movimento, gli spazi si dilatano e si contraggono, mentre i contrasti cromatici generano un’energia immediata.

I personaggi che popolano le sue opere sono archetipi universali, figure essenziali e sintetiche che parlano direttamente allo spettatore. Si muovono nella contemporaneità portando con sé memorie antiche, valori condivisi e domande senza tempo. Il messaggio è diretto, iconico, quasi ideografico: un linguaggio visivo che invita a leggere noi stessi attraverso l’immagine e a riflettere sul nostro rapporto con il mondo.

La pittura di Nicoletta Calvo è un “pensare per immagini” che trasforma il colore in emozione, la linea in significato, la semplicità grafica in profondità narrativa.

Marco Cavalieri

Marco Cavalieri vive e lavora a Roma. Espone in varie città italiane e le sue opere sono presenti in collezioni private a Milano, Firenze, Palermo, Forlì, Napoli e Roma.

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La sua arte spazia tra espressionismo e simbolismo, tra il fantastico e l’onirico. Una continua ricerca nella quale l’uomo è al centro di un progetto di indagine interiore. Ultimamente lavora abbinando all’acciaio vari materiali come alluminio, plastiche, legno ed elementi meccanici, creando opere polimateriche.

IBRIDA è il tema di quest’ultimo progetto, ancora in trasformazione, in divenire, in cui l’uomo ricerca una sinergia e una correlazione positiva con la tecnologia delle macchine, dei robot. Opere materiche queste in mostra, dove forte è il desiderio di compenetrazione, alla ricerca di un seppur difficile equilibrio che poi è alla base di questo nostro essere contemporaneo.

L’interconnessione tra uomo, animale e macchina è il tema di questo mio progetto, in cui presento diverse sculture polimateriche le quali hanno come comune denominatore la fusione tra l’essere vivente e l’automa, da cui il nome IBRIDA.

Le sculture realizzate in acciaio inox, alluminio, plastiche e parti meccaniche in ferro, rappresentano la sintesi di un possibile domani ove l’uomo sempre più sarà chiamato a confrontarsi con il proprio progresso e la propria creatività e con i pericoli e i danni che potrebbero scaturire da menti immature e irresponsabili.

Personalmente non ho preconcetti nè chiusure morali sull’utilizzo della biotecnologia, ad esempio nel settore della medicina, microchip sotto pelle o protesi tecnologiche, dopotutto la ricerca ormai da anni si è indirizzata in questa direzione e ben venga se può aiutare a risolvere malattie rare o sostituire organi vitali danneggiati.

Non è quindi la tecnologia che fà paura, ma l’uso che ne può fare l’uomo. Siamo sempre noi a controllare le macchine e non viceversa.

Dovremo quindi cercare sempre un compromesso e il giusto equilibrio tra le due parti per un armonico vivere e coesistere.”

La pittura di Marco Cavalieri alla Melograno Art Gallery di Livorno

Le opere di Marco Cavalieri ci conducono in un viaggio onirico e affascinante attraverso i labirinti della mente e dell’immaginazione. In questa serie, che comprende titoli evocativi come L’urlo, Nessun luogo è lontano, Piccola paranoia della sera, Tante cose nella mente, Voler volare e Una mattina di dicembre, i protagonisti sono volti e figure circondati da un’esplosione di immagini e simboli.

Ogni dipinto presenta un caos solo apparente: oggetti, ricordi e frammenti di sogno fluttuano in armonia, contornati da colori pastello come l’azzurro, il rosa e il verde. I profili sezionati, spesso autoritratti dell’artista, diventano finestre aperte sul surreale, da cui fuoriescono fiori, utensili, personaggi e situazioni inaspettate. Ogni elemento sembra intrecciarsi in una narrazione sognante e sottile, come se il linguaggio del sogno trovasse una forma visiva.

Cavalieri riesce a rendere tangibile l’indefinito, creando una dimensione dove il reale si fonde con il fantastico. I suoi dipinti non inquietano, ma avvolgono lo spettatore in una dimensione placida e delicata, dove anche il groviglio dell’inconscio appare gentile. Ogni opera è un invito a esplorare i confini tra ciò che conosciamo e ciò che sogniamo, ricordandoci che, in fondo, nessun luogo è lontano.

Maria Teresa Majoli, novembre 2024

Serafino Magazzini

Serafino Magazzini sviluppa da oltre mezzo secolo una ricerca pittorica rigorosa e coerente, costruita lontano dalle mode e dalle celebrazioni facili. La sua è una pittura che nasce dall’osservazione profonda del paesaggio, dalla materia della terra e dalla luce che la attraversa. Nelle sue opere, la superficie cromatica non descrive semplicemente un luogo, ma ne rivela l’essenza interiore: frammenti di natura che l’artista isola, seziona e restituisce con una sincerità priva di artifici.

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I suoi colori — caldi, terrestri, stratificati — sembrano emergere dal suolo stesso, come se la tela fosse un campo fertile in cui la luce si posa e si fonde con la materia. Magazzini non ricerca effetti, né adotta schemi precostituiti: il suo gesto pittorico è libero, netto, guidato da una forza espressiva che si trasforma in una forma di poesia visiva.

La sua opera, al di là delle categorie e delle definizioni, invita a un’esperienza diretta e universale: guardare un suo dipinto significa entrare in un luogo essenziale, fatto di silenzi, vibrazioni e presenze che affiorano dalla terra stessa.

Walter Cecchi

WALTER CECCHI (Firenze 1928 – Livorno 2005) è stato un pittore amatissimo dal pubblico livornese e per molti anni insegnante alla Libera Accademia Trossi Uberti. La sua carriera si è distinta non solo per l’impegno nella pittura, caratterizzata da pennellate rapide, incisive e vibranti, ma anche per le bellissime incisioni che arricchiscono la sua produzione.

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Cecchi ha dedicato grande attenzione ai soggetti più delicati e profondi: i bambini senza lineamenti precisi, figure essenziali e prive di tratti definiti, che però trasmettono tenerezza, emozione e vitalità. La sua arte si distingue per la capacità di cogliere l’essenza del gesto e dell’espressione, trasformando la semplicità dei soggetti in forza comunicativa e poetica.

Sante Muro

Sante Muro, nato nel 1978 a Polla (Salerno) e residente a Satriano di Lucania, è un artista autodidatta che ha fatto della pittura il suo linguaggio principale, privilegiando l’olio combinato a pastelli e tinte acriliche. La sua ricerca si concentra sul ritratto e sul paesaggio urbano, due ambiti che gli permettono di raccontare storie di viaggio, incontri e città vissute, trasformandole in narrazioni visive sulla tela.

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I ritratti femminili di Muro sono caratterizzati da grandi campiture e colori vivi, accesi da zone d’ombra che ne amplificano l’intensità emotiva. I volti emergono con forza e personalità, trasmettendo la vita interiore delle persone ritratte. Allo stesso modo, i paesaggi urbani diventano protagonisti: palazzi, strade e scorci cittadini vengono illuminati da contrasti cromatici, trasformando ogni scena in un racconto vibrante e intenso.

La sua pittura fonde osservazione e memoria, trasmettendo attraverso la materia pittorica sensazioni autentiche e istanti vissuti. La capacità di rendere vivo ogni soggetto, dal volto umano al panorama urbano, fa di Sante Muro un interprete contemporaneo del dialogo tra emozione e colore.

Matteo Fieno

Matteo Fieno è un artista che ha costruito la propria ricerca attorno alla figura femminile, indagata non come cliché estetico ma come presenza viva, complessa, forte. Le sue donne non sono icone leziose: sono corpi reali, attraversati da forza e fragilità, testimoni di un’energia che nasce dentro e si manifesta fuori.

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La sua pittura mescola tecniche diverse e porta sulla superficie tutte le tracce del processo creativo. È l’artista stesso a definire il proprio lavoro come una “materia visiva morbida, quasi fluida”, resa tale dalla contaminazione continua tra acqua, pigmenti e segni grafici. Gocce di colore indefinito, macchie, ditate e sbavature diventano parte integrante dell’immagine, non errori da correggere ma frammenti di verità.

In questi corpi imperfetti Fieno trova un racconto universale: la dignità dell’essere umano che conserva ogni errore come valore costitutivo. Le sue donne sono storie, stati d’animo, stati di resistenza. Attraverso la pittura, l’artista apre un dialogo diretto e senza mediazioni, dove la potenza del segno e la sincerità della materia diventano strumenti per mostrare la forza delle persone reali.

Michela Masini

Michela Masini, artista toscana, coltiva fin da bambina l’amore per l’arte, il colore e i materiali. La sua formazione prende forma al Liceo Artistico, dove studia sotto la guida di maestri come Massimo Micheli, sviluppando una sensibilità attenta e un linguaggio pittorico personale.

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Esperta di antiquariato, negli ultimi anni ha scelto di dedicarsi con maggiore intensità alla pittura, avviando un percorso espositivo che mette in luce la varietà della sua ricerca.

La sua produzione si muove tra due poli espressivi complementari. Da un lato, una natura magica e complice, costruita attraverso rapide e sintetiche pennellate che vibrano di luce e atmosfere fantastiche. Dall’altro, un universo ironico e talvolta pungente, dove sarcasmo, gioco e ribellione danno vita a opere dal sapore piccante e malizioso.
Queste due anime, apparentemente distanti, dialogano e si completano, accompagnando lo spettatore in un viaggio ricco di suggestioni, riflessioni e inattese verità.

Gian Ruggero Manzoni 

Gian Ruggero Manzoni è nato nel 1957 a San Lorenzo di Lugo (RA), dove tuttora risiede.
È poeta, narratore, pittore, teorico d’arte, drammaturgo, performer.

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Frequentato il Liceo Classico a Lugo di Romagna, nel 1975 si iscrive al DAMS di Bologna indirizzo Spettacolo.
Nel 1977, a seguito dei fatti riguardanti il famoso “Marzo Bolognese”, lascia la città emiliana e parte volontario nelle Forze Armate.
Negli anni successivi soggiorna per lunghi periodi in Belgio, in Francia e in Germania, dove frequenta quegli ambienti artistici. Insegna Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino dal 1990 al 1995.
Come teorico d’arte, pittore e poeta partecipa ai lavori della Biennale di Venezia negli anni 1984 e 1986, edizioni dirette da Maurizio Calvesi. Ha al suo attivo oltre 50 pubblicazioni e 70 mostre pittoriche.
Ama abitare in provincia e, come di solito dice, “dell’uomo di provincia possiede tutti i difetti, ma anche tutti i pregi”.

Gian Ruggero Manzoni, fin da giovanissimo, per tradizione familiare, si dedica a studi riguardanti l’ebraismo, le filosofie occidentali e orientali, l’antropologia e la storia.
Terminati gli studi liceali si interessa di musica, di cinema e dei linguaggi espressivi emergenti, in particolare del fenomeno definito, da linguisti come Tullio De Mauro, “lo slang giovanile… le nuove parole usate dai giovani”.
È del 1980 il suo primo libro, scritto in collaborazione con Emilio Dalmonte, titolato “Pesta duro e vai trànquilo/Dizionario del linguaggio giovanile” (Ed. Feltrinelli).
Nel 1981 si lega in amicizia col pittore Omar Galliani, assieme al quale inizia una proficua collaborazione che perdura tuttora.
Nel 1983 incontra, a Londra, il graffitista Keith Haring poi entra nella redazione della rivista romana “Cervo Volante”, edita dall’artista Tommaso Cascella nonché diretta, in un primo tempo, da Adriano Spatola, quindi da Corrado Costa, poi da Edoardo Sanguineti insieme ad Achille Bonito Oliva.
Allaccia i primi contatti con gli artisti della “Transavanguardia”, in particolare con Enzo Cucchi e con Mimmo Paladino, poi con Nino Longobardi e coi galleristi Lucio Amelio di Napoli ed Emilio Mazzoli di Modena.
Risale, sempre ai primi anni ’80, il farsi conoscere anche tramite la pittura (che Manzoni definisce “niente più che un prolungamento visivo della sua scrittura”).
Invitato da Maurizio Calvesi e da Marisa Vescovo, come poeta ed artista partecipa ai lavori della XLI Biennale di Venezia (anno 1984) curando, assieme al poeta Valerio Magrelli, la Sezione Poesia per “Arte allo Specchio”, quindi inizia una stretta collaborazione col gallerista Cleto Polcina di Roma, che lo porta a soggiornare spesso in quella città.

Conosce Gino De Dominicis, col quale s’intrattiene parlando d’antropologia e di cultura assiro-babilonese, poi Mario Schifano e Amelia Rosselli.
Nel 1985 mette in scena “Filokalia”, testo poetico-teatrale da lui recitato. La prima si tiene a Udine. In quel periodo il compositore Fernando Mencherini gli musica “La religione del suono”. La prima si tiene a Porto Venere.
Torna in Germania dove frequenta personalità artistiche del calibro di Penck, Lupertz, Beuys, Immendorff, Disler, Polke, Baselitz (partecipando a due seminari di pittura tenuti da quest’ultimo), quindi, di nuovo a Londra, avvicina Kenny Scharf, Bruce McLean e Jim Dine.
Ritornato in Italia riallaccia i contatti con Andrea Pazienza, fumettista, già suo compagno di studi al DAMS di Bologna, Augusto Daolio, leader de “I Nomadi”, e con l’amico di sempre Pier Vittorio Tondelli.  Nel 1986 è di nuovo alla Biennale di Venezia.
Inizia a frequentare Giovanni Testori poi, assieme a Marisa Vescovo, Concetto Pozzati, Piero Dorazio, Roberto Sanesi, Vettor Pisani, Omar Galliani fonda la rivista “Origini” (Ed. La Scaletta) che dirigerà fino al 1998.
Dal 1987, durante le sue letture poetiche, si fa accompagnare da musicisti jazz come Mario Gallegati, Nicola Franco Ranieri, Giorgio Ricci Garotti ai quali, nella seconda metà degli anni ’90, si affiancano il pianista-compositore Guido Facchini e il cantante-vocalista John De Leo. Comincia a collaborare con Lucrezia De Domizio e col di lei marito ‘Buby’ Durini.
La compagnia teatrale Giocovita e Paolo Valli mettono in scena il suo testo “Per colui che è”, dedicato a Ezra Pound. La voce recitante è del regista Egidio Marcucci e le scene sono di Graziano Pompili. La prima si tiene a Piacenza.

Nel 1988 è invitato a partecipare al convegno “La nascita delle grazie”, un evento organizzato a Riccione dai poeti Giuseppe Conte, Rosita Copioli, Mario Baudino, Roberto Mussapi, Tomaso Kemeny e da Stefano Zecchi (quelli che diverranno “lo zoccolo duro del Mitomodernismo”). Parte degli atti del convegno vengono pubblicati in “Origini”. Nel 1990 comincia a frequentare gli ambienti artistici milanesi e diventa uno dei responsabile delle pagine culturali di “Risk-Arte Oggi”, giornale diretto da Lucrezia De Domizio Durini, e con Gianni Celati collabora alla realizzazione della rubrica di prose “Narratori delle riserve” per il quotidiano “Il Manifesto”.  Nel 1991 Fernando Mencherini gli musica “Il codice”. La prima si tiene nel 1992 a Lugo di Romagna. Esecuzione al contrabbasso di Stefano Scodanibbio.
Approfondisce gli studi riguardanti Gorgia, Hume, Stirner, i nichilisti russi Zajcev e Pisarev, quindi Nietzsche, Heidegger, Benn, Bakunin, Junger, Spengler, Carl Schmitt, Camus, Celine e i tanti teorizzatori moderni del Nichilismo e del Pensiero Forte. Nel 1993 inizia a collaborare con le edizioni “Il Saggiatore”. Riallaccia i contatti con la Germania e, per un breve periodo, diventa responsabile per l’Italia della Scuola di Pensiero “Liebe und Aktion”, fondata nel 1901 a Berlino da H. Hoffmann e K. Fischer.  Sempre nei primi anni ’90 conosce e collabora con artisti come Giosetta Fioroni, Aldo Mondino, Giacinto Cerone, Arcangelo, Luigi Ontani, Jan Knap, Bruno Ceccobelli. Quindi, assieme a Miranda Cortes e al gruppo “La Frontera”, quale voce recitante, mette in scena uno spettacolo teatrale con scenografie di Cesare Baracca. Partecipa ai lavori della rivista/almanacco di prose “Il Semplice” (Ed. Feltrinelli) diretta da Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni. A livello scultoreo realizza vasi e formelle presso la storica Bottega di Ceramica Gatti di Faenza.
Conosce il pittore tedesco Anselm Kiefer.

È nella redazione di “Letteratura-Tradizione” (Ed. Heliopolis) quindi ne dirige tre numeri. Nel 2000 esce, in Germania, con l’editore Matthes & Seitz Verlag di Monaco di Baviera, il libro di poesie “Il digiuno imposto”, illustrato da Mimmo Paladino. Il libro viene presentato a Merano e a Brunnenburg, nelle sale del castello che fu di Ezra Pound, poi alla Fiera del Libro di Francoforte, a Berlino, Colonia, Monaco e in altre città tedesche. Il musicista Brian Eno si interessa del libro.
Nel 2001 conosce Alessandro Scansani, direttore della casa editrice Diabasis, della quale diviene autore e socio.
Nell’ottobre 2002 è in Argentina e Uruguay per promuovere “Il digiuno imposto” tradotto in quei paesi dal poeta Pablo Anadon.
Nel 2004 crea un cenacolo letterario coi giovani poeti Andrea Ponso, Francesco Camerini, Rino Cavasino, Sebastiano Gatto, Luca Ariano, Davide Brullo e altri. Quei lavori confluiranno nell’antologia/manifesto “Oltre il tempo” (Ed. Diabasis).
Nel 2005 entra a fare parte del Comitato Scientifico per le Attività Culturali e Letterarie del Monastero di Camaldoli.
Dal 2006 riprende a fare teatro, mettendo in scena alcuni suoi monologhi di nuovo accompagnato dal cantante-vocalista John De Leo.
Nel 2008 fonda la rivista “ALI” (dalle origini al cosmo – dalle origini all’abisso) Edizioni del Bradipo, quadrimestrale d’arte, letteratura e idee. In questa nuova impresa editoriale assieme a lui sono lo scienziato Edoardo Boncinelli, i critici d’arte Marisa Vescovo e Claudia Casali, i critici letterari Paolo Lagazzi, Marco Sangiorgi e Giancarlo Pontiggia, il traduttore Marco Fazzini, il regista Nicola Macolino, il pittore e poeta Salvatore Scafiti. Sempre in quell’anno mette in scena “Il sonno di Macbeth”, con la compagnia “Abraxas”. Prima nazionale al Teatro Savoia di Campobasso.

Lasciato il Comitato Scientifico per le Attività Culturali e Letterarie del Monastero di Camaldoli, nel 2009 traduce l’ “Esodo” biblico per le Edizioni Raffaelli di Rimini. Nel gennaio 2010 riprende a operare per la Scuola di Pensiero tedesca “Liebe und Aktion”.
Nel 2011 tiene, come docente, un corso di pittura e scultura presso l’Espace Polychrome di Liegi, in Belgio.
Nel 2012 traduce la “Genesi” biblica. Con Mimmo Paladino pensa a un libro di prose poetiche e acquarelli, “Tutto il calore del mondo”, che prenderà vita nel 2013 con le Edizioni Skirà. A fine anno torna in Germania per incontrare uno dei suoi maestri, Georg Baselitz, poi, nel 2014, in Gran Bretagna, dove si è trasferita la figlia.
Negli anni seguenti indirizza la sua creatività soprattutto in ambito pittorico, esponendo sue opere in varie occasioni e curando mostre e cataloghi di amici artisti, nonché scrivendo, per loro, testi critici e saggi.
Nel gennaio 2019 esce, per la casa editrice Rizzoli, il libro “Il risolutore”, scritto da Pier Paolo Giannubilo, in cui è raccontata la vita sia artistica che privata di Gian Ruggero Manzoni. La pubblicazione viene accolta con sommo interesse a seguito degli aspetti avventurosi, estremi e, a momenti, tragici in essa narrati.
Alcune delle sue opere letterarie sono state tradotte e pubblicate in Grecia, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Argentina, Uruguay, Cile, USA. Ha vinto i premi letterari: Savignano Poesia Inedita (1986), Mont Blanc Narrativa Inedita (cinquina finalista 1993), Todaro-Faranda Narrativa Inedita (1996), Confesercenti-Bancarella Narrativa (2002), Città di Bari-Costiera di Levante Narrativa (2002), Francesco Serantini Narrativa (2004). Nel 2015 è stato tra i finalisti del Premio Viareggio-Repaci per la Narrativa.

Alfredo Pini

Alfredo Pini (Mirandola, 1958) inizia la sua attività espositiva nel 1985, sviluppando nel corso degli anni un linguaggio pittorico personale e riconoscibile. La sua ricerca si concentra inizialmente sulle vedute urbane: città percorse all’alba o al crepuscolo, avvolte da foschie sottili e attraversate da tram, automobili o dalla presenza affettiva e ricorrente della Vespa. Sono scenari che restituiscono atmosfere sospese, fredde e silenziose, dove la luce filtra come attraverso un velo e la memoria si intreccia alla percezione.

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Accanto al paesaggio metropolitano, Pini introduce progressivamente nuovi temi e registri visivi. Negli ultimi anni la sua attenzione si è rivolta anche alla figura umana: donne, bambini, presenze colte nella loro quotidianità o nel loro rapido passaggio, che si affiancano alle architetture come punti di riferimento emotivi. Non si tratta di una svolta improvvisa, ma di un’evoluzione naturale della sua ricerca, un ampliamento dello sguardo che gli permette di attraversare il reale in modi diversi, mantenendo coerenza di tratto e sensibilità.

La sua pittura si caratterizza per l’oscillazione tra definizione e sfocatura, per l’uso di luci che scivolano sulle superfici come pensieri in movimento e per una tavolozza che alterna toni freddi e atmosfere più calde, spesso legate agli interni, ai locali notturni, alla musica. Ogni opera appare come una tappa di un percorso personale, un modo di esplorare gli equilibri – e gli squilibri – della vita contemporanea, dal dinamismo urbano al bisogno di quiete.

Nel corso della sua carriera Pini ha partecipato a numerose mostre collettive e personali, consolidando una produzione che resta fedele alla propria identità, pur aprendosi a nuove direzioni narrative e formali. Oggi il suo lavoro continua a indagare il rapporto tra luoghi, persone e stati d’animo, invitando l’osservatore a intraprendere un viaggio che è al tempo stesso geografico e interiore.

Maria Teresa Majoli

 

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