Descrizione
Acrilici su tavola, cm. 95×65
La pittura di Mario Gavazzi ci invita a guardare senza avere fretta. Davanti alle sue opere, infatti, l’immagine non si offre immediatamente nella sua interezza: emerge poco a poco, come se fosse già presente sotto la superficie del colore e attendesse soltanto che il nostro sguardo la riconoscesse.
In questa natura morta entriamo innanzitutto nel colore. La prima percezione è fatta di forme, di frammenti, di accostamenti cromatici luminosi che sembrano muoversi verso l’alto. C’è qualcosa che sale, che si apre, quasi cercasse la luce o una dimensione più alta. Non siamo ancora davanti a un’immagine riconoscibile: siamo dentro una sensazione.
Poi, lentamente, le forme cominciano a ricomporsi. Quello che sembrava astratto rivela una struttura concreta: compare un tavolino, e su di esso riconosciamo pomi e volumi vegetali, fiori, rami. La natura morta si manifesta senza mai rinunciare alla sua componente enigmatica.
Anche lo spazio alle spalle dell’insieme si rivela gradualmente. Tra le forme e le macchie di colore affiorano chiazze azzurre e strutture ad arco che suggeriscono una finestra. E quella finestra sembra aprirsi non semplicemente su un paesaggio, ma su uno spazio lontano, quasi infinito.
È proprio in questo passaggio dalla percezione all’identificazione che si trova una delle caratteristiche più affascinanti della pittura di Gavazzi. L’artista non ci consegna una realtà già pronta: ci chiede di partecipare alla sua costruzione. Le sue celebri linee di frattura e i frammenti cromatici non separano soltanto le forme, ma diventano percorsi attraverso i quali lo sguardo procede, scoprendo progressivamente un ordine nascosto.
E il colore, luminoso e vibrante, è ciò che rende possibile questa trasformazione. Prima suggerisce, poi rivela.
In questa opera la natura morta diventa così qualcosa di più di una rappresentazione di oggetti: è un piccolo viaggio dalla materia verso la luce, dall’apparenza alla scoperta. Una realtà che nasce davanti ai nostri occhi e che, proprio perché si lascia conquistare lentamente, continua a sorprenderci.
Maria Teresa Majoli, ottobre 2026









